Provare emozioni molto forti non è una prova di sensibilità e intensità

Quando la tua mente non rientra nelle categorie cliniche

Quando una persona piange facilmente, si arrabbia molto, si sente ferita per qualcosa che a noi sembra piccolo o reagisce in modo molto forte, tendiamo a definirla “sensibile”.

Ma stiamo davvero parlando di sensibilità?

Emotività, sensibilità e intensità possono convivere nella stessa persona, ma non sono la stessa cosa. E soprattutto, la forza di una reazione emotiva non ci dice, da sola, quanto una persona sia sensibile o intensa.

A volte, la persona più emotiva nella stanza non è affatto la più sensibile.

Partiamo dall’emotività

Immaginiamo una situazione molto semplice: sono le dieci di sera, hai scritto a una persona alle quattro del pomeriggio e non hai ancora ricevuto risposta.

Puoi sentirti ignorata, iniziare a pensare che qualcosa non vada, rileggere l’ultimo messaggio, arrabbiarti, pensare: “Se gli importasse, avrebbe trovato trenta secondi per rispondermi”.

Magari mandi un altro messaggio. Oppure non scrivi più niente, ma quando finalmente arriva la risposta sei fredda, perché nel frattempo sei arrabbiata.

L’emozione che provi è reale, anche molto forte.

Ma non sai ancora perché quella persona non ti abbia risposto.

L’emozione è vera. L’interpretazione non necessariamente.

Una forte reazione emotiva ci dice che qualcosa ci ha attivati. Non ci dice automaticamente che abbiamo percepito meglio quello che stava succedendo.

Ed è qui che emotività e sensibilità iniziano a separarsi.

Essere sensibili non significa semplicemente sentire di più

Prendiamo la stessa situazione.

Una persona sensibile potrebbe notare che il tono dell’ultimo messaggio era leggermente diverso dal solito. Ricordarsi che negli ultimi giorni l’altra persona sembrava stanca. Ripensare a qualcosa che aveva detto quella mattina. Accorgersi che c’è stato un cambiamento.

Sta raccogliendo molte informazioni e le sta elaborando.

Questo non significa che arriverà alla conclusione giusta. La sensibilità non è un superpotere e non rende infallibili nel leggere gli altri.

Significa però che c’è una maggiore attenzione alle sfumature, ai dettagli e al contesto, e una maggiore elaborazione di quello che viene percepito.

E questa persona potrebbe anche non avere nessuna reazione evidente.

Potrebbe semplicemente pensare: “C’è qualcosa di diverso. Vediamo”.

E l’intensità?

Torniamo a quel messaggio senza risposta.

Per una persona sensibile e intensa, quello che è successo può continuare a muoversi dentro anche senza produrre una grande reazione fuori.

Può interrogarsi su quello che sente. Sul rapporto. Su quanto quella persona sia importante. Può sentire contemporaneamente mancanza, rabbia, comprensione, paura di perdere l’altro.

Magari non manda nessun secondo messaggio.

Magari quando riceve risposta scrive semplicemente: “Tranquillo, ci sentiamo dopo”.

Da fuori potremmo non vedere quasi niente.

Dentro, invece, è successo moltissimo.

Intensità interna e reazione esterna non sono la stessa cosa.

Ed è forse qui che nasce una delle confusioni più frequenti: tendiamo a considerare più intensa la persona che mostra di più.

Non necessariamente lo è.

E se una persona è sensibile, intensa e anche molto emotiva?

Naturalmente può esserlo.

Torniamo per l’ultima volta alla stessa situazione.

Questa persona nota il cambiamento, coglie le sfumature, elabora molto quello che sta succedendo, vive profondamente ciò che sente e, in più, reagisce anche in modo evidente.

Può piangere, arrabbiarsi, cercare immediatamente un confronto, sentire il bisogno di parlarne.

Sensibilità, intensità ed emotività possono tranquillamente stare nella stessa persona.

Ma non possiamo dedurre le prime due dalla terza.

Non sappiamo quanto una persona sia sensibile o intensa semplicemente guardando quanto piange, quanto si arrabbia o quanto forte reagisce.

Quando quello che chiamiamo sensibilità viene da altro

C’è poi un altro pezzo che secondo me merita attenzione.

Immaginiamo una persona che entra in una stanza e controlla immediatamente l’umore di tutti.

Nota un’espressione diversa sul viso del partner.

“Sei arrabbiato?”

“No.”

“Sei sicuro?”

Continua a controllare il tono della voce, come si muove, se parla meno del solito, se qualcosa è cambiato.

Potremmo guardarla e pensare: è incredibilmente sensibile agli altri.

Forse.

Ma potrebbe esserci anche altro.

Chi ha imparato che l’umore delle persone intorno può diventare imprevedibile, per esempio, può sviluppare una forte attenzione ai segnali di cambiamento. Un tono diverso, una porta chiusa più forte, un silenzio insolito diventano informazioni importanti.

Qui possiamo essere davanti all’ipervigilanza.

E naturalmente le due cose possono convivere. Una persona può essere realmente molto sensibile e avere anche una storia che l’ha resa ipervigile.

Per questo notare moltissimo non basta, da solo, a dirci perché lo stiamo notando.

La stessa scena, quattro esperienze diverse

Immaginiamo ancora quel messaggio inviato alle quattro del pomeriggio.

Alle dieci non è arrivata nessuna risposta.

Una persona molto emotiva può sentirsi immediatamente ignorata, arrabbiarsi, agitarsi e reagire a ciò che sta provando. L’emozione prende molto spazio e può diventare difficile separarla dall’interpretazione della situazione.

Una persona sensibile può accorgersi che qualcosa è diverso, ripercorrere il contesto, notare dettagli che altri avrebbero ignorato. La cosa può colpirla oppure no. Non è la grandezza della reazione a definire la sua sensibilità.

Una persona sensibile e intensa può percepire quelle stesse sfumature e vivere l’esperienza molto in profondità. Continuare a elaborarla, interrogarsi su ciò che sente e sul significato che quella relazione ha per lei. Tutto questo può accadere senza che fuori si veda quasi nulla.

Una persona sensibile, intensa e molto emotiva può fare tutte queste cose e avere anche una forte reazione emotiva.

Ed è proprio per questo che guardare soltanto la reazione ci dice molto poco.

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La domanda, allora, non è soltanto: “Quanto forte sento?”

Possiamo iniziare a chiederci anche:

Che cosa sto percependo?

Quanto lo elaboro?

Quanto profondamente rimane dentro di me?

Sto reagendo a quello che è successo o a quello che penso sia successo?

Quanto della mia reazione appartiene al presente e quanto conosce già questa storia?

Perché capire da dove arriva quel “sentire tanto” cambia anche quello che possiamo farcene.

Se faccio fatica soprattutto a regolare quello che provo, posso lavorare sulla reattività e imparare a creare uno spazio tra emozione, interpretazione e risposta.

Se percepisco ed elaboro moltissimo, forse il mio problema non è imparare a sentire meno, ma capire come gestire tutto ciò che entra, quanto spazio gli do e cosa scelgo di portare con me.

Se dietro quella che ho sempre chiamato “sensibilità” riconosco anche ipervigilanza, paura del rifiuto o vecchie strategie di protezione, allora il lavoro cambia ancora.

Essere emotivi, essere sensibili ed essere intensi non sono la stessa cosa. Possiamo essere una di queste cose, due, oppure tutte e tre.

E no: non sempre la persona più emotiva è anche la persona più sensibile.

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