E se non avessimo mai capito davvero la sensibilità?

Per anni abbiamo parlato di alta sensibilità quasi sempre nello stesso modo: persone fragili, vulnerabili, facilmente sopraffatte dalle emozioni e dal mondo. Più approfondivo questo argomento, più sentivo che questa descrizione raccontava solo una parte della storia. E forse nemmeno la più importante.

Mi sono chiesta se il problema fosse davvero la sensibilità o il modo in cui la nostra cultura ha imparato a interpretarla. Questo articolo nasce da questa domanda. Non pretende di dare una risposta definitiva, ma prova a guardare il funzionamento altamente sensibile da una prospettiva diversa.

Chi decide che cos’è la forza?

Ogni cultura costruisce una propria idea di forza.

Quello che consideriamo normale, desiderabile o ammirevole non nasce per caso. È il risultato della storia, dell’economia, dell’educazione e dei valori che una società sviluppa nel tempo.

Le qualità che oggi premiamo non sono universali. Sono culturali.

Viviamo in una società che, soprattutto negli ultimi decenni, ha imparato a valorizzare la velocità, la produttività, il controllo, la capacità di funzionare sempre, di essere efficienti, di andare avanti anche quando il corpo o la mente chiedono una pausa. È un modello che ha portato molti benefici, ma che ha anche influenzato profondamente il modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri.

Ogni volta che una cultura mette una qualità sul piedistallo, inevitabilmente ne lascia un’altra nell’ombra.

Forse non abbiamo imparato a disprezzare la sensibilità. Forse, più semplicemente, abbiamo smesso di sapere che cosa farcene.

In un mondo che premia la risposta veloce più della riflessione, la prestazione più della contemplazione e il controllo più del contatto con le proprie emozioni, chi sente profondamente rischia facilmente di apparire “troppo”.

Per questo motivo mi chiedo se anche la parola “fragilità”, quando viene associata alle persone altamente sensibili, non racconti più la cultura che la usa che le persone a cui viene attribuita.

Forse abbiamo imparato a considerare forte chi riesce a non mostrare quello che prova.

Ma è davvero l’unica forma possibile di forza?

Una sensibilità che cambia significato a seconda della cultura

Quando osserviamo la storia e le diverse culture del mondo, ci accorgiamo che la capacità di sentire profondamente non è sempre stata interpretata nello stesso modo.

Pensiamo ai filosofi, ai poeti, ai mistici. Pensiamo alle figure religiose e spirituali che, in molte tradizioni, hanno rappresentato un punto di riferimento proprio per la loro capacità di ascoltare il dolore umano, di comprenderlo e di accompagnarlo.

Non sto dicendo che fossero “persone altamente sensibili” nel significato psicologico moderno del termine. Sarebbe una semplificazione.

Sto dicendo qualcosa di diverso.

Il modo in cui una società interpreta certe qualità cambia profondamente il valore che attribuisce a chi le possiede.

La stessa caratteristica può essere vista come una risorsa oppure come un limite.

Forse è proprio questo il punto.

Se una cultura considera la profondità emotiva una ricchezza, quella caratteristica verrà coltivata. Se invece considera più importante il controllo emotivo, la stessa caratteristica rischierà di essere percepita come un ostacolo.

Questo dovrebbe almeno portarci a una domanda: e se il nostro modo di leggere la sensibilità fosse solo uno dei tanti possibili?

Il prezzo di continuare a sentire

Una delle cose che più mi colpiscono delle persone altamente sensibili è che raramente riescono ad anestetizzare quello che provano.

Continuano a sentire.

Sentono la sofferenza degli altri, le contraddizioni, le tensioni, le ingiustizie, i conflitti non risolti.

Questo non significa che abbiano sempre ragione.

Significa semplicemente che spesso restano in contatto con esperienze emotive dalle quali molte persone cercano, comprensibilmente, di prendere le distanze.

E restare in quel contatto ha un costo.

Significa convivere con dubbi che altri spengono rapidamente. Significa vedere sfumature dove altri vedono soltanto bianco o nero. Significa continuare a farsi domande quando sarebbe molto più semplice smettere di farsele.

Per questo mi domando se sia corretto chiamare tutto questo fragilità.

Il coraggio che raramente viene riconosciuto

Esiste una forma di coraggio di cui si parla molto poco.

È il coraggio di non diventare cinici.

Di continuare ad amare dopo essere stati feriti.

Di restare aperti quando sarebbe molto più semplice chiudersi.

Di trasformare il dolore in comprensione invece che in durezza.

Non sempre ci si riesce. Nessuno ci riesce sempre.

Ma quando accade, difficilmente riesco a considerarlo un segno di debolezza.

Forse ci siamo abituati a riconoscere soltanto il coraggio che fa rumore.

Quello che resiste.

Quello che conquista.

Quello che combatte.

Molto meno quello che continua a sentire senza perdere la propria umanità.

Il dolore più difficile da accettare

C’è un dolore di cui si parla poco.

Non è soltanto quello di sentire intensamente.

È quello di accorgersi che non tutti desiderano guardare ciò che fa male.

Con il tempo molte persone altamente sensibili imparano che non possono convincere gli altri ad affrontare il proprio mondo interiore.

Non possono costringere qualcuno a interrogarsi, a mettersi in discussione, a vedere ciò che preferisce evitare.

Questa è una forma di impotenza molto profonda.

Ed è forse una delle esperienze più difficili da attraversare.

Abbiamo chiamato fragilità ciò che forse era altro

Non credo che le persone altamente sensibili siano migliori delle altre.

Non credo che vedano sempre la realtà in modo più corretto.

Non credo nemmeno che soffrire renda automaticamente più saggi.

Credo però che ci siamo abituati troppo in fretta a chiamare “fragilità” un modo di stare al mondo che, forse, richiede una quantità di coraggio che spesso non riconosciamo.

Forse abbiamo guardato la sensibilità con la lente sbagliata.

E forse la nostra idea di fragilità dice molto più della cultura in cui viviamo che delle persone a cui attribuiamo questa etichetta.

Non ho una risposta definitiva.

Ho soltanto una domanda che continua ad accompagnarmi.

E se avessimo chiamato fragilità ciò che, per molto tempo, è stato semplicemente il coraggio di continuare a sentire?

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