Chi sarei stato se fossi cresciuto in un ambiente diverso?

Quando una persona si rende conto di aver passato gran parte della vita ad adattarsi agli altri, può iniziare a chiedersi quanto di ciò che è diventata dipenda dall’ambiente in cui è cresciuta. E soprattutto, chi sarebbe stata se avesse avuto la possibilità di esprimere liberamente anche quelle parti di sé che, per anni, ha sentito di dover sacrificare.

Nei miei percorsi incontro spesso questa domanda. A mio parere, è legata a una sorta di lutto identitario, perché porta la persona a confrontarsi con ciò che sente di non aver potuto conoscere, esplorare o sviluppare di sé.

Il ruolo del riconoscimento nella costruzione dell’identità

L’idea che abbiamo di noi stessi si sviluppa anche attraverso le relazioni, soprattutto quelle con i nostri genitori. Durante l’infanzia impariamo a conoscerci anche osservando come gli adulti reagiscono alle nostre emozioni, ai nostri bisogni e alle nostre caratteristiche.

Se alcune parti di noi vengono riconosciute e approvate, mentre altre sono ignorate, minimizzate o punite, possiamo imparare a mostrare soprattutto ciò che viene accolto dall’ambiente.

Questo processo può essere particolarmente significativo per un bambino altamente sensibile o intenso che cresce in una famiglia poco capace di comprendere il suo modo di vivere le emozioni. Potrebbe imparare a trattenere ciò che prova, a ridimensionare i propri bisogni o a comportarsi in modo da evitare critiche e conflitti.

Con il passare degli anni, questi adattamenti possono diventare così abituali da rendere difficile distinguere le proprie inclinazioni da ciò che si è imparato a fare per essere accettati.

Una persona può arrivare all’età adulta convinta, per esempio, di non avere particolari bisogni, di preferire sempre accontentare gli altri o di non provare rabbia. Quando inizia a mettere in discussione queste convinzioni, può rendersi conto di conoscere molto bene le aspettative delle persone che la circondano, ma molto meno i propri desideri.

Il dolore per ciò che non abbiamo potuto esplorare

Prendere consapevolezza di questi adattamenti può portare a riconsiderare molte esperienze del passato.

Una persona può riconoscere di aver fatto scelte soprattutto per ottenere approvazione, di aver rinunciato a interessi che non erano incoraggiati oppure di aver imparato a nascondere caratteristiche che sentiva poco accettate.

Può emergere allora un dolore legato a tutto ciò che sente di non aver potuto esplorare e alla parte del proprio potenziale che pensa di non aver espresso.

È un’esperienza che, nel mio lavoro, considero vicina a una forma di lutto identitario. La persona si confronta con possibilità che non si sono realizzate e con l’idea di una vita che avrebbe potuto prendere una direzione diversa.

A volte prova tristezza per gli anni trascorsi a cercare di essere all’altezza delle aspettative degli altri. Altre volte rabbia verso chi non ha saputo riconoscerla, oppure rimpianto per le scelte che non si è sentita libera di fare.

Questi sentimenti possono convivere. E possono essere difficili da elaborare proprio perché riguardano anche esperienze che non si sono mai verificate e sulle quali non possiamo avere certezze.

Quando entra in gioco il perfezionismo

Quando immaginiamo chi saremmo potuti diventare in circostanze diverse, spesso tendiamo ad attribuire a quella versione di noi tutte le caratteristiche che oggi sentiamo di non avere.

Possiamo immaginarci più sicuri, più liberi, più capaci di esprimere il nostro potenziale e di costruire una vita soddisfacente.

È comprensibile pensare che un ambiente più accogliente avrebbe potuto offrirci opportunità diverse e risparmiarci alcune sofferenze. Tuttavia, non possiamo sapere con certezza chi saremmo diventati.

Il perfezionismo può influenzare anche questo modo di immaginare il passato. La persona che avremmo potuto essere diventa un riferimento ideale, al quale attribuiamo qualità e possibilità senza dover considerare i limiti e le difficoltà che avrebbe comunque potuto incontrare.

Finisce così per crearsi un confronto tra la persona reale, con tutte le sue difficoltà, e una persona immaginaria alla quale abbiamo attribuito quasi esclusivamente caratteristiche positive.

Questo confronto può accentuare il senso di insoddisfazione verso se stessi, soprattutto quando si è già abituati a valutarsi attraverso ciò che manca o ciò che si sarebbe dovuto fare meglio.

Possiamo apprezzare ciò che siamo diventati senza giustificare la sofferenza

Le esperienze che abbiamo vissuto, comprese quelle difficili, possono aver contribuito allo sviluppo di alcune nostre caratteristiche.

Per esempio, una persona che ha imparato presto a prestare attenzione alle emozioni degli altri potrebbe aver sviluppato una notevole capacità di osservazione. Chi ha dovuto assumersi responsabilità molto presto potrebbe aver acquisito autonomia e capacità di affrontare situazioni complesse.

Questo non significa che quelle esperienze fossero necessarie o che abbiano avuto soltanto conseguenze positive.

Alcune capacità sviluppate attraverso l’adattamento possono avere anche un costo. Prestare attenzione agli altri può diventare uno stato di allerta continuo; essere autonomi può accompagnarsi alla difficoltà di chiedere aiuto.

Possiamo riconoscere il valore di alcune caratteristiche che abbiamo sviluppato e, nello stesso tempo, riconoscere la sofferenza che ha accompagnato la loro formazione.

E quando immaginiamo una vita diversa, vale la pena considerare anche questa possibilità: forse avremmo avuto più spazio per esprimerci e meno motivi per soffrire, ma forse non avremmo sviluppato alcune caratteristiche che oggi apprezziamo di noi stessi.

Non possiamo sapere quali aspetti della nostra personalità sarebbero rimasti simili e quali sarebbero cambiati.

Riscoprire e integrare le parti che abbiamo sacrificato

Comprendere l’influenza dell’ambiente sulla nostra identità può aiutarci a dare un significato diverso a molte esperienze. Ma questa consapevolezza, da sola, non risolve necessariamente le difficoltà che abbiamo sviluppato nel tempo.

Una persona può sapere di aver imparato a mettere da parte i propri bisogni e continuare a sentirsi in colpa quando prova a esprimerli. Può riconoscere di aver sempre cercato approvazione e avere ancora molta paura del giudizio degli altri.

In alcuni casi, può essere difficile persino identificare ciò che si desidera, soprattutto quando per anni si è prestata maggiore attenzione alle esigenze altrui.

Il lavoro di conoscenza di sé richiede quindi anche di esplorare quelle parti che sono rimaste poco riconosciute, imparare a dare spazio alle proprie emozioni e fare gradualmente esperienze diverse.

Questo processo può portare a rivedere alcune convinzioni sulla propria personalità, a riconoscere bisogni che erano stati ignorati e a scoprire interessi o desideri che non si erano mai avuti la possibilità di approfondire.

Può anche richiedere di elaborare il dolore e la rabbia legati al passato, senza continuare a confrontarsi con l’idea di una persona ideale che avremmo potuto diventare.

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La domanda su chi saremmo stati in una famiglia diversa può aiutarci a comprendere quanto alcune esperienze abbiano influenzato il nostro sviluppo. E può accompagnare un lavoro importante di elaborazione di ciò che è mancato.

Non potremo sapere con certezza chi saremmo diventati in circostanze diverse. Possiamo però continuare a conoscere la persona che siamo oggi, anche attraverso le parti che per molto tempo non abbiamo avuto la possibilità di esprimere.

Per alcune persone questo diventa un vero e proprio cammino di conoscenza profonda, che continua ad arricchirsi per tutta la vita.

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